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"NEL FRIULI OCCIDENTALE 700 IMPRESE HANNO CHIUSO IN UN ANNO E MEZZO"


"NEL FRIULI OCCIDENTALE 700 IMPRESE HANNO CHIUSO I

Il bilancio della crisi alla 63^ Giornata dell’artigianato Pascolo: «Ce la faremo se non saremo lasciati soli» Marini, Fondazione Nord Est: «Le indicazioni sono investire nella dimensione immateriale, crescere restando piccoli, struttura manageriale, capitalizzazione» Ciriani, Regione Friuli Venezia Giulia: «Abbiamo bisogno di banche che abbiano testa e piedi nel territorio» Miotto, Confartigianato nazionale: «Non vogliamo creare barriere ma rivendichiamo la possibilità di riconoscere il vero made in Italy»

Il saldo è negativo per 300 imprese, e se si considerano le cessazioni «in un anno e mezzo hanno chiuso 709 imprese, 39 al mese, più di una al giorno. Le ore di cassa integrazione da gennaio a luglio 2009 sono state 246 mila, contro le 40 mila dell’intero 2008. Nello stesso periodo abbiamo sottoscritto 454 accordi per l’accesso alla disoccupazione e 134 proroghe, per un totale di 588 che hanno coinvolto 240 imprese e 1.478 dipendenti. A questi dati dobbiamo sommare quelli relativi alla cassa integrazione in deroga, partita ad aprile, con 178 accordi stipulati con 115 imprese che hanno riguardato 433 lavoratori per un totale di 64 mila nel periodo aprile-luglio 2009».

E’ con questi dati che Silvano Pascolo, presidente di Confartigianato Imprese Pordenone ha aperto la 63^ Giornata dell’artigianato, svoltasi nella sala convegni della Fiera di Pordenone nell’ambito della Campionaria, tradizionale manifestazione della maggiore organizzazione di rappresentanza del comparto nel Friuli occidentale sostenuta dalla Camera di commercio e dalla Regione.

Al convegno hanno partecipato Daniele Marini, direttore scientifico della Fondazione Nord Est, Luca Ciriani, vicepresidente della Regione Friuli Venezia Giulia, Claudio Miotto, vicepresidente della Confartigianato nazionale, moderati dal direttore di Confartigianato Pordenone Gianfranco Trebbi.

“Il volto dell’artigianato oltre la crisi” è stato il titolo assegnato alla Giornata e su questo si è soffermato Pascolo nella sua relazione. Oltre a fornire i numeri della crisi che si è abbattuta anche sull’artigianato, Pascolo ha indicato i limiti da superare, burocrazia, energia, sostegno alle imprese e all’innovazione, dichiarandosi convinto che «l’artigianato ce la farà, anche questa volta, per i valori insiti nel dna dell’imprenditoria Pordenonese, per la capacità di essere flessibili e rapidi nel cogliere le esigenze del mercato, per il valore aggiunto dei prodotti artigiani, che puntano sempre alla massima qualità, e per le peculiarità del made in Italy che deve essere difeso».

«Molte imprese hanno saputo reagire migliorando la gamma dei prodotti, avviando azioni per il contenimento e la riduzione dei costi, hanno messo in campo progetti che stavano nel cassetto valutando la possibilità di concretizzarli. I nostri imprenditori hanno alzato la testa e hanno iniziato a pensare come uscire da questa situazione evitando di attendere semplicemente che la tempesta passi – ha proseguito Pascolo -. Impegno encomiabile ovviamente, ma tutto questo però, da solo, non basta per uscire dalla crisi. Impegno, dedizione, capacità, abilità, saper fare, da soli sono insufficienti quando lo scenario in cui si va ad operare è quello globale.

E’ il sistema Paese che deve affiancare le imprese, soprattutto le Pmi, per metterle nelle condizioni di poter reagire». Riconoscendo a Governo e Regione di essersi mossi bene nel mettere in campo misure utili ad affrontare questa fase radicale di cambiamento, Pascolo ha sollecitato ad affrontare riforme strutturali per alleggerire il sistema Paese e ridurre i costi impropri che gravano sulle imprese». E’ stato quindi Daniele Marini, direttore scientifico della Fondazione Nord Est a delineare lo scenario di riferimento, uno scenario complesso, difficile persino da inquadrare,che rende difficile, se non impossibile, avanzare previsioni. «L’unica certezza di cui disponiamo è l’incertezzaۚ», ha infatti dichiarato.

Eppure questo periodo così cruciale «può rappresentare la sfida per un cambiamento profondo». Concerto che era stato già accennato, nell’intervento di saluto, dall’assessore al Comune di Pordenone, nonché docente di Economia alla Ca Foscari di Venezia, Chiara Mio.

Per Marini quella in atto è «una crisi a W», radici lunghe e segnali deboli. E’ come una corsa in bicicletta alla quale partecipano bici diverse, dall’ultimo modello di mountan bike, prodotto dell’innovazione, alla bicicletta classica, magari con poca manutenzione: tutte viaggiano, ma a velocità diverse e con diversi risultati. E se la mountani bike affronta la ripida salita e se pure con fatica, riesce ad arrivare in cima, ecco che la bici scalcagnata si ferma a metò strada, impossibilitato ad andare avanti. La differenza la fa l’allenamento e l’innovazione. Ecco che «guardando indietro – ha proseguito Marini – capiamo che la crisi ha radici lunghe e ciò che stiamo vivendo oggi è un potente acceleratore di fenomeni che erano già presenti». Basta guardare i dati del Pil per capirlo, o all’andamento dei consumi o a quello della domanda. Detto questo, è possibile fare previsioni? «No», ha risposto Marini -. Oggi gli economisti si dilettano con le lettere: questa è una crisi a U, calo forte, breve periodo di stasi, ripresa rapida; oppure crisi a V, repentina tanto nel crollo che nella risalita; o ancora la più nefasta, a L, caduta verticale e stasi che rimane stabile nel tempo. Io preferirei una W, che ricorda molto il terremoto: una grande scossa, poi altre scosse di assestamento, perché le variabili messe in gioco sono tante e tali, per cui assisteremo a continui su e giù».

Nel momento in cui sono approdati nuovi competitors internazionali, le imprese hanno dovuto riorganizzare la propria produzione, aggiungendo valore aggiunto ai propri prodotti, cercando nuovi mercati. Le imprese che non hanno affrontato questi processi, vengono selezionate dal mercato. Ora questa selezione in atto spinge le aziende a compiere quei passaggi velocemente. «Solo che non ci sono imprese protette – ha riconosciuto Marini – la crisi è trasversale e colpisce anche le imprese che hanno innovato». Molti i settori aggrediti dalla crisi, e molti sono in calo. «Ma non tutti – ha chiarito Marini -: cresce la filiera dell’agroalimentare, del pacheging, della green economy; la meccanica nel suo complesso tiene; calano i settori maturi come il tessile, il mobile, la plastica. Crescono anche i servizi alle imprese, l’informatica, la ricerca e sviluppo. Il manifatturiero cala e tendenzialmente si riconverte, il terziario a servizio delle attività produttive e quello rivolto alle persone, hanno un segno più. Le linee strategiche di queste imprese: self made globali, si sono fatte da sé, sono globalizzate, per lo più appartengono al settore industriale, si posizionano sopra i 50 dipendenti, presenti e nord est, disposte ad aggregarsi ma non vogliono aprire il capitale a terzi. Poi ci sono le imprese in ridefinizione, industriali, più di 50 dipendenti, presenti soprattutto al nord, internazionalizzate e abbisognano di capitali; infine le micro local, non internazionalizzate, prevalentemente nei servizi, non disponibili ad aprirsi ai mercati. Mentre le prime due affrontato il mercato in modo proattivo – ha spiegato Marini le micro local rischiano molto». Guardando alle imprese, su che cosa puntano le Pmi per aggredire la crisi? «Su fattori tradizionali, soprattutto: flessibilità produttiva, capacità di rispondere individualmente alle richieste dei clienti, competenze professionali dei propri lavoratori, apertura ai mercati esteri. Fattori di criticità, la scarsa capitalizzazione, la commistione fra impresa e famiglia, la dimensione. I fattori di forza sono il radicamento nel territorio, l’essere inseriti in un distretto, mentre all’ultimo posto c’è l’accesso al credito». Dall’indagine di Marini emerge «che l’orientamento maggiortitario degli imprenditori è quello che dice che bisogna aggregarsi, ma molti sostengono la necessità di agire da soli.

Questo – secondo Marini – è un atteggiamento controproducente, ma comprensibile: se non ho un sistema Paese che mi dà una mano, il proverbio dice che chi fa da sé fa per tre». Infine gli insegnamenti : «la crisi rompe i paradigmi classici, le lenti con cui guardiamo alla realtà. Dovremo imparare a saper leggere con più profondità quel che sta avvenendo davvero, Questa crisi – ha aggiunto Marini – fa sì che ricette e modelli non funzionino più: si può essere piccoli e possedere una leadership internazionale, si può essere piccoli ed essere in grado di competere, non ci sono più modelli validi per tutti». Secondo il direttore della Fondazione Nord Est «gli aspetti su cui puntare sono la dimensione immateriale della produzione, serve offrire un servizio al cliente; sulla questione dimensionale l’indicazione è a crescere, e si ouò crescere restando piccoli, mettendosi in filiera, consorziandosi, sancendo alleanze, ed è meglio se queste alleanze si fanno in filiere e se sono internazionali; darsi una struttura organizzativa più strutturata e manageriale; investire nell’impresa e quindi capitalizzarsi».

E’ intervenuto quindi il presidente di Confartigianato Friuli Venezia Giulia per ribadire «che prendiamo atto di questa crisi dato che non è il nostro sistema ad aver prodotto queste conseguenze. Ma nonostante ciò è il mondo dell’artigianato e della piccola impresa a portare questo fardello». Graziano Tilatti ha aggiunto che «non si può far morire di fisco e burocrazia le imprese», sollecitando interventi finalizzati a ridurre il peso fiscale e il carico burocratico, e quindi ha annunciato che «in vista dell’elaborazione delle leggi finanziarie, regionale e nazionale, come Confartigianato avanzeremo alcune proposte, un ragionamento in prospettiva per il modello di sviluppo che vorremmo si affermasse alla fine di questa crisi. Non sarà una “lista della spesa” – è l’impegno di Tilatti – ma un elenco di priorità e di temi da affrontare».

Disponibilità al confronto dal vicepresidente della Regione Friuli Venezia Giulia Luca Ciriani .

«I rapporti tra la Regione e il mondo dell'artigianato sono costanti, concreti e cordiali. La mia presenza a questa vostra tradizionale Giornata di incontro e di riflessione sui problemi della categoria ha il significato del riconoscimento pieno del ruolo del settore nel quadro dell'economia del Friuli Venezia Giulia», ha esordito Ciriani.

Partendo dal riconoscimento alla Regione di aver ben operato davanti all’insorgere della crisi, il vicepresidente ha riconosciuto che comunque altra strada si dovrà fare e «la faremo assieme, perché fra Regione e artigianato il rapporto è costante». Il vicepresidente ha quindi ricordato i provvedimenti assunti del governo regionale: la Giunta regionale ha rifinanziato norme e strumenti per le PMI e per l'artigianato per dare alle piccole imprese il respiro necessario a superare il momento difficile. È stato ridotto il carico Irap; sono state approvate norme anticrisi: con il sostegno della Regione è più agevole l'accesso al credito e alle garanzie al credito attraverso il Confidi. È stato poi varato un fondo di garanzia e di controgaranzia di 60 milioni di euro; sono stati rifinanziati i Fondi di rotazione dell'artigianato; è stata estesa la possibilità di utilizzo del Fondo di rotazione; è stato creato un nuovo Fondo per lo smobilizzo dei crediti a favore dei piccoli e piccolissimi imprenditori che hanno difficoltà a incassare i crediti che vantano dai clienti, spesso aziende più grosse.

«La Regione, insomma - ha concluso Ciriani - ha dato vita a un pacchetto di misure che per qualità e quantità è all'avanguardia rispetto alle altre Regioni italiane». «Se oggi premiamo l’attività di un leader indiscusso dell’economia come Angelo Sette – ha aggiunto Luca Ciriani facendo riferimento allo speciale Premio Lucchetta assegnato al presidente della Banca Popolare FriulAdria – è perché la sua storia è la storia di una banca legata al territorio.

In passato abbiamo guardato alle grandi aggregazioni del mondo bancario come fossero una manna, oggi ci sforziamo di portare le banche ad essere legate al territorio, Ma è proprio di questo che abbiamo bisogno: di banche che abbiano testa e piedi legati alla nostra realtà, perché in caso contrario viene a mancare una gamba fondamentale, un risposta alla crisi che ci ha colpito». E per la Regione Friuli Venezia Giulia «è un dovere portare le nostre aziende al 2010 perché la ripresa arriverà». Secondo Ciriani, occorre anche riflettere «sui nostri limiti. Un sistema fieristico spezzato in tre non ha futuro – ha aggiunto il vicepresidente -: oggi siamo di fronte ad un bivio, e dobbiamo sfruttare la crisi per mettere in atto azione virtuose». Troppo parcellizzata la presenza all’estero, occorre fare sistema, in economia come nel turismo. «Sul made in Italy abbiamo grandissime potenzialità e quindi va difeso: le difficoltà della legge non devono essere un alibi per archiviarla. Non è possibile che interi settori vivano di produzione realizzata in Cina! Non è accettabile e non è giusto».

E proprio sul tema della difesa del Made in Italy, della cultura e dei valori che ha incentrato il proprio intervento il vicepresidente della Confartigianato nazionale, Claudio Miotto, che ha tratto le conclusioni della 63^ Giornata dell’artigianato.

Ha parlato di crescita esasperata, Claudio Miotto, di economia «che ha perso ogni riferimento con la realtà e gli scopi sociali, di economia spinta al guadagno esasperato», ha spiegato l’origine della crisi che sta determinando effetti sul sistema sociale. «La scuola, la cultura, la formazione sono il futuro, e il soggetto sono i ragazzi, perché senza gli alunni la scuola chiude. Ma gli alunni non sono più al centro della scuola», lo sono gli insegnanti, le riforme, le aule, gli edifici. E poi ha ricordato il paradosso «di una legge entrata in vigore il 15 agosto, e il 20 “congelata”. Si dice sia una legge fatta in fretta e si scontra con problemi di natura europea.

Io dico – ha concluso Miotto – che i valori del made in Italy devono essere difesi, e soprattutto vanno tutelati i consumatori che devono sapere, con molta chiarezza, dove è stato realizzato un prodotto per poter fare una scelta».

Alla Giornata dell’artigianato hanno portato i saluti i rappresentanti delle istituzioni, l’assessore al Comune di Pordenone Chiara Mio, l’assessore provinciale Giuseppe Pedicini, il segretario generale della Camera di commercio Emanuela Fattorel, il presidente della Fiera Alvaro Cardin, l’onorevole Manlio Contento, che sul palco hanno consegnato i riconoscimenti alle imprese artigiane che nel 2009 hanno festeggiato i loro primi 40 anni, a Luigi Colin che ha ricevuto un riconoscimento speciale di anzianità artigiana, e soprattutto i due premi Lucchetta.

Il premio tradizionale, assegnato alle imprese artigiane che hanno tenuto alto il nome di Pordenone in Italia e all’estero e sostenuto dalla Popolare FriulAdria, è andato a Elio Ciol, uno del grandi fotografi contemporanei italiani le cui opere sono presenti in tantissime collezioni private e in molto musei del mondo.

Quest’anno è stato consegnato anche un altro premio, la tavola dei mestieri incisa su legno che rappresenta il premio Lucchetta, al presidente della Banca Popolare FriulAdria Angelo Sette, per l'impulso dato alla crescita economica, culturale e sociale del territorio. La Giornata si è conclusa con la visita al Salone dell’artigianato protagonista indiscusso della Fiera Campionaria grazie allo splendido allestimento realizzato da Confartigianato nel padiglione 5 dove, grazie a delle gigantografie, è stato ricostruito parte del centro storico di Pordenone, in particolare Corso Vittorio Emanuele, con gli antichi palazzi e i porticati, e il municipio.






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