Nessuna difesa d’ufficio dell’universo del credito, ma del microcosmo italiano invece sì, visto che quelli che sembravano limiti (eccesso di tradizionalismo, poca propensione alla speculazione, forte controllo centrale) si sono rilevati la migliore difesa del sistema bancario italiano e, quindi, dei risparmiatori. Di questo, e di molto altro, si è parlato nel corso della riunione dei quadri direttivi di Confartigianato Pordenone con Angelo Sette, presidente di Banca Popolare FriulAdria, che Silvano Pascolo, presidente degli artigiani pordenonesi, ha definito come «un protagonista indiscusso» di operazioni che, da un lato hanno consentito ad una piccola banca locale di aggregarsi a grandi gruppi (Banca Intesa prima e Crédit Agricole poi) mantenendo salva la propria autonomia e il radicamento sul territorio. «Amico personale – ha proseguito Pascolo nella sua introduzione – e soprattutto amico di questo nostro territorio, Angelo Sette ha iniziato la sua carriera nel mondo bancario per poi proseguire nel settore privato, in quella che lui ha più volte definito una “università” qual era la Zanussi negli anni 70 e 80, per poi ritornare in banca e percorrevi tutti i gradini, da vice direttore a direttore, da amministratore delegato a presidente». Un ruolo, quest’ultimo «più da vescovo che da parroco» l’ha definito Sette, più di strategie che di operatività. Ma un ruolo assolutamente cruciale per un istituto, qual è FriulAdria, che oggi è parte del gruppo, Cariparma-FriulAdria, controllato da Crédit Agricole. Una sorta di «ritorno alle origini, visto che FriulAdria, che il prossimo anno festeggerà i suoi primi cent’anni, nasce nel 1911 come banca cooperativa, diventa Spa per entrare nel gruppo federale di Banca Intesa, e oggi è parte di un gruppo, l’Agricole per l’appunto, che è l’espressione di 2 mila 600 casse rurali francesi, con 7 milioni di soci». E se pure il pacchetto di controllo delle azioni di FriulAdria è di una Spa, «ci sono sempre oltre 11 mila soci» tra imprenditori, professionisti, famiglie di questo territorio. Il gruppo Cariparma-FriulAdria nasce poi dalle oculate scelte di Agricole che, da socio di maggioranza di Intesa, ha acquisito quelli che erano i due “gioielli” del colosso milanese: Cariparma, la migliore banca italiana per perfomance, e FriulAdria, secondo migliore istituto del Paese nella categoria delle piccole banche, creando così una realtà da 7 mila 500 dipendenti, di cui 1.650 in FriulAdria (che è anche il terzo contribuente della regione Friuli Venezia Giulia). Ha quindi parlato della crisi, Angelo Sette, nata nel settembre 2008 e tutt’ora in corso, ricordando il ruolo delle “piccole” banche in questi due anni. In regione FriulAdria – nel momento in cui l’implosione di alcuni istituti degli Usa ha gettato nel panico l’intero sistema creditizio internazionale - ha concesso il 50% del credito, l’altro importante contributo è arrivato dalle banche di credito cooperativo, questo perché – ha spiegato – la crisi finanziaria ha colpito molto di più i grandi gruppi internazionali», devastante soprattutto nel mondo anglosassone, un po’ meno in Italia «dove le banche hanno caratteristiche più tradizionali, meno finanziarie, e dove è severo il controllo della Banca d’Italia». Se nel 2008 e parte del 2009 gli istituti di piccola e media dimensione del territorio hanno garantito una quota molto consistente del credito, nella seconda parte dello scorso anno le cose sono un po’ cambiate, in parte perché i grandi gruppi hanno superato le proprie difficoltà, e in parte perché i bilanci delle aziende hanno reso evidente l’impatto della crisi sulla produzione. Tant’è che come media sui 12 mesi, FriulAdria chiude il bilancio 2009 con un incremento del 7% del credito erogato, mentre il saldo puntuale di fine anno sfiora l’1%. La crisi da finanziaria è diventata “reale” colpendo duramente il settore manifatturiero, e ancor di più il manifatturiero vocato all’export. «E quindi la provincia di Pordenone, quella – ha ricordato Sette – tra le 4 della regione più fortemente internazionalizzata e insieme a Vicenza, Treviso e altre 10 province del nord Italia, a più elevata presenza industriale». Da un lato gli eventi finanziari, dall’altro la competizione molto forte dei Paesi emergenti, dove il costo del lavoro è vantaggio competitivo, sono i pilastri delle difficoltà che attanagliano il manifatturiero pordenonese che ha solo una strada per agganciare la ripresa: «riqualificare la produzione». La competizione sui costi, per questa provincia, non è davvero sostenibile. La ripresa? «Qualche accenno di miglioramento lo si intravede – concede Sette – ma ci attestiamo ad un +1/1,5%: per recuperare il -20/25% di strada da percorrere ce n’è ancora molta». E se pure va dato atto agli enti pubblici di essersi comportati positivamente, soprattutto per l’attenzione riservata agli ammortizzatori sociali, estendendoli anche al comparto artigiano che ne era esente», occorre uno sforzo per fare di più e meglio. Anche per rilanciare settori, come l’edilizia, che a loro volta sono da traino per altri. «Sarebbe preferibile che il comparto pubblico investisse in manutenzioni ordinare e straordinarie, piuttosto che in grandi opere spesso ostacolate dalla burocrazia». E occorrerebbe anche accelerare i tempi, avvicinando quelli pubblici a quelli del privato. Sette, nell’esprimere un parere positivo sul modo di operare del Governo nazionale e regionale nell’affrontare la crisi attraverso provvedimenti ad hoc, ha però richiamato i tempi della messa a regime delle norme, molto più lunghi di quanto non sia auspicabile. Angelo Sette ha quindi ripercorso parte della propria vita professionale, ricordando gli anni in Zanussi, un’esperienza straordinaria e qualificante al pari, se non di più, di un percorso di laurea, e anche il ruolo di questa azienda, all’epoca quarto gruppo industriale italiano e secondo maggior produttore di elettrodomestici d’Europa (60 società di cui 40 all’estero, decine di migliaia di dipendenti di cui 12 mila solo a Pordenone), per mettersi alla fine a disposizione dei componenti del direttivo di Confartigianato e rispondere alle loro domande. Ad Angelo Bomben ha spiegato i meccanismi della commissione di massimo scoperto, con Liberale Presot ha discusso delle fideiussioni per il settore del trasporto merci mentre con il direttore Trebbi ha condiviso il giudizio sulla spesa pubblica e la burocrazia ottusa, «il vero cancro del nostro Paese: se non vinciamo la battaglia contro la spesa pubblica – ha dichiarato – l’Italia è destinata a declinare inesorabilmente». A giudizio del presidente di FriulAdria, la classe politica di questo Paese «deve prendere atto delle difficoltà di milioni di persone e scegliere di investire risorse nella parte sana, che è quella privata. Solo se si sostengono gli artigiani, i commercianti, gli agricoltori, l’industria, l’apparato pubblico può sopravvivere». Ma rispetto a questo «non vedo segnali. Si preoccupano tutti delle elezioni e non degli interessi degli italiani».
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